COLORI (A)SOCIALI

 

 

 

 

UNA SQUADRA

 

UNA MAGLIA

Come si è più volte ribadito in questo e altri siti di divulgazione della passione sportiva, il ruolo di simboli come la maglia, stemmi e colori è determinante nel suscitare quel genuino entusiasmo identificatorio che sta alla base di tutto il mondo calcistico. Si tratta quindi di un argomento delicato e destinato a suscitare forti contrasti, quando questi simboli vengono messi in discussione, adulterati o addirittura cancellati e sostituiti con altri storicamente inopportuni da soggetti considerati estranei alla passione e portatori di meri interessi economici.

 

Si tratta, come vedremo negli esempi di seguito esposti, di una delle tante distorsioni che si possono verificare quando la proprietà dei club è talmente scollegata dalla base dei tifosi da non accorgersi come decisioni dirigenziali, giustificate da approssimative "politiche di brand", possano creare il cortocircuito che determina il brusco distacco dal flusso di energia (il tifo) che sostiene ogni impresa sportiva.

 

Le reazioni possono essere le più diverse e, per fortuna, le comunità di tifosi organizzati si stanno dotando degli opportuni anticorpi per combattere preventivamente la peste che può deformare e annichilire i simboli della propria identità. Con la premessa che, per motivi di sintesi e brevità, la rassegna non possa essere completa e i contenuti risultare non esaustivi, vi invitiamo a seguire i link delle vicende narrate e cercare altri dettagli, perchè tutte le storie accennate sarebbero meritevoli di approfondimenti ulteriori.

I primi esempi riguardano l'estero, dove il fenomeno si è manifestato prima e con maggiore virulenza di risposte.


Nel 2005 la Red Bull, nota impresa multinazionale con profondi legami di sponsorizzazione con lo sport più "adrenalinico", ha deciso di acquisire la proprietà dell'Austria Salzburg (Salisburgo), club storico austriaco, in quel momento in difficoltà economica e sportiva (LEGGI QUI). Tutto bene? Mica tanto, perchè una delle prime decisioni della nuova proprietà è stata quella di cambiare i colori sociali e il nome, passando dal bianco-viola al rosso che caratterizza il toro della bevanda energizzante venduta, e il nome diventò Red Bull Salisburgo.

I tifosi più accaniti, giustamente, si ribellarono a tale scempio della storia del proprio club, sentendosi pure presi per i fondelli dalla Red Bull quando venne proposto loro di indossare degli occhialini dai vetri viola per "continuare a vedere il proprio colore preferito sulle maglie". Verificata l'impossibilità di dialogo, una parte della tifoseria (la più calda e passionale) decise di fondare un altro club, il Sportverein Austria Salzburg, con i colori corretti e ripartendo dai dilettanti in uno stadio di periferia, ma con l'accompagnamento di un tifo caldo e appassionato. Nel corso degli anni il Red Bull Salisburgo vincerà ancora scudetti e parteciperà alle coppe, ma in uno scenario silenzioso e "triste", mentre l'Austria Salzburg scalerà i campionati e quest'anno parteciperà alla serie B.

Lo scontro decisivo si avvicina...


Dopo questo esempio "estremo", passiamo a tre casi di club anglosassoni. Nel 2010 il Cardiff City viene acquisito dal magnate malese Vincent Tan Chee Yioun. E' uno dei precursori asiatici della corsa alla suddivisione della torta della Premiership (e ora della serie A italiana) da parte di investitori internazionali. Il patron decide che il colore blu della prima maglia non è "consono" alla diffusione del brand in Asia, perchè non è il rosso gallese e pare porti pure un po' sfiga da quelle parti. Il cambio di colore, legato anche al simbolo della squadra, il "bluebird", viene ferocemente avversato dal trust dei tifosi del Cardiff, con petizioni, boicottaggi degli acquisiti della maglia, scioperi del tifo...


Alla fine Tan Chee Yioun è costretto a cedere, e da quest'anno la prima maglia tornerà a essere blu e i tifosi hanno ripagato la "marcia indietro" con una pioggia di ordini della nuova maglia ufficiale, di nuovo blue. Quando il simbolo è minacciato, la reazione a volte è così forte da determinare un rafforzamento dello stesso, prima dato quasi per scontato (LEGGI QUI).


Altro caso di "periferia" del calcio inglese, ma solo in apparenza, l'Hull City.

Analogamente a Cardiff, subentra nel 2013 il "business man" di origine egiziana Assem Allam, il quale pensa che, al fine di rendere più appetibile per gli sponsor il nome del club andrebbe cambiato in Hull Tigers. Anche in questa cittadina inglese scoppia la rivolta, l'Hull non ha mai vinto scudetti ma è un club storico in cui si riconosce una comunità e non accetta il cambio di denominazione (LEGGI QUI). Per ora la Premiership ha rifiutato il cambio nome, ritenendola un'offesa alla comunità dei tifosi, vedremo alla fine chi la spunterà (LEGGI QUI).

Infine, il caso della maglie "no logo" di Newcastle e Blackpool (LEGGI QUI).

La maglia ufficiale proposta dalla società, soffocata dalle scritte di sponsorizzazione, era ormai priva di una serie di simboli storici. I tifosi non ci stanno a questa "invadenza" delle politiche di commercializzazione, decidono di produrre e vendere maglie da gioco storicamente corretta, con tutti i simboli tradizionali, appoggiati dai supporters' trusts. Gli ordini fioccano, la concorrenza tocca sul vivo gli interessi commerciali del club, anche qui gli effetti sono ancora verificare, ma si tratta comunque di "sintomi" di una capacità di reazione delle comunità di tifosi quando vengono minacciati i simboli cardine della passione.


E in Italia?


Anche nel nostro paese qualche episodio del genere comincia a manifestarsi. Il caso più eclatante, per l'eco generato, è quello della Roma: il management insediato dopo l'acquisizione da parte di un gruppo di imprenditori americani impone, nel maggio 2013, un aggiornamento dello stemma, con modifiche rilevanti, tra cui l'abbandono dell'acronimo ASR e il cambio di colore della lupa capitolina, sempre in nome di una presunta maggiore riconoscibilità del "brand" all'estero (LEGGI QUI). Si fa alfiere della protesta il Supporter's Trust MyRoma, sottolineando una serie di punti "inaccettabili" della nuova immagine grafica (LEGGI QUI).


Altro caso molto recente riguarda invece l'Unione Venezia Mestre.

Dopo la nebulosa gestione del russo Korablin, nell'estate del 2015 si giunge alla mancata iscrizione al campionato di LegaPro e alla costituzione di una nuova società, denominata Venezia Football Club, guidata da imprenditori americani e iscritta in serie D.

Il problema qui è dovuto al fatto che la nuova società pare rimandare, per denominazione e colori sociali, solo a una parte della comunità di tifosi dell'Unione (Venezia, neroverde), trascurando la parte "mestrina" (arancio), rischiando così di rinfocolare vecchie tensioni (LEGGI QUI): QUI la lettera del trust Venezia United rivolta al sindaco Brugnaro sulla questione.


Per l'ultimo caso in rassegna, ci si sposta in Sicilia. A Messina ad agosto 2015 la società "passa di mano" da Lo Monaco a Stracuzzi, ma la registrazione del marchio storico ACR Messina, effettuata da una società di Lo Monaco e non incorporata nel capitale sociale della società sportiva, diventa un caso (LEGGI QUI e QUI).


Tutti questi casi dimostrano come i tifosi possano e debbano attrezzarsi per evitare di vedere i simboli storici del club, come denominazione, colori e stemmi, aggiornati impropriamente, stravolti, cancellati per presunte logiche di marketing che si ritorcono puntalmente contro chi le propugna.

Le maggiori salvaguardie si raggiungono chiedendo opportune modifiche agli statuti delle società, ottenibili con l'effettiva partecipazione dei tifosi alla proprietà e gestione dei club (come nei casi noti di Taranto, Ancona, Lucca, Modena, Arezzo, ...), tra cui le clausole di obbligo di consultazione e approvazione della comunità dei tifosi ogni volta che si intende modificare i simboli del club.

IL MARCHIO DERTHONA AI TIFOSI


Altro notevole passo avanti si raggiunge acquisendo la proprietà o l'uso esclusivo del marchio, evitando che privati o dirigenti possano così usarli impropriamente: qui i casi più noti sono quelli di Associazione Nazionale Triestina Club (LEGGI QUI), Lucca United (LEGGI QUI) e... Noi Siamo il Derthona (LEGGI QUI).



In ogni caso, ciò che più conta è reagire e non subire passivamente ogni attacco alla passione che anima il tifoso.


Infine, una piccola nota polemica che non fa altro che testimoniare l'importanza dei simboli nel calcio.

Il Calcio Tortona (ex Villalvernia, ex Villalvernia Val Borbera, ex Tortona Villalvernia), tra tutti i colori dell'iride, quali ha scelto per la propria nuova divisa? Il bianconero... E come logo? Il leone (LEGGI QUI).


Ma guarda un po' che coincidenza!



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