PERCHE' IL CALCIO E' LA NOSTRA VITA

 

 

 

 

Grazie a Valerio Nicastro di

Delinquenti prestati al mondo del pallone

Ci sono dei momenti della vita che non potrai dimenticare. Momenti che ti restano impressi nella memoria in maniera indelebile. In genere, sono gli avvenimenti che cambiano il mondo, quelli che finiscono dritti nei libri di storia.


Dove eri quando buttarono giù le torri gemelle, dove eri quando spararono a Kennedy, con chi eri il giorno in cui l’uomo sbarcò sulla luna, e cose del genere. Tutti noi, dai più grandi ai più piccoli, tutti noi che abbiamo vissuto questi avvenimenti e che abbiamo partecipato in qualche modo alla storia, leghiamo gli avvenimenti della nostra esistenza a quelli del mondo che ci circonda.


Tutti, ma non proprio. Perchè poi ci siamo noi.

Noi che non ci ricordiamo nemmeno che giorno le buttarono giù quelle due torri a New York, ma ci ricordiamo con dovizia di particolari ogni singola partita giocata dalla Nazionale da quando abbiamo avuto coscienza ad oggi. Noi che a ogni ricordo di vita, leghiamo un ricordo di una stramaledetta partita di pallone. Perchè il calcio, per noi, non è solamente legato alla nostra vita. Perchè per noi il calcio è tutta la nostra vita. Saremmo capaci di dimenticare l’anniversario di fidanzamento o di matrimonio, facendo ingastrire fino al midollo la nostra compagna di vita, ma non saremmo mai capaci di dimenticare la mattina del 26 novembre 1996. Quella mattina in cui io avevo saltato la scuola contro la volontà di mia madre. Ma c’era da vedere Alessandro Del Piero che trafiggeva con un bolide all’incrocio il portiere del River Plate consegnando la Coppa Intercontinentale alla Juventus. Con buona pace di mia madre e del sistema della pubblica istruzione italiano che non prevedeva assenze giustificate quando la tua squadra del cuore deve scrivere la storia in mattinata, per via del fuso orario.


Perchè forse dimenticheremo tante lacrime versate, magari ce ne vergogneremo o ne rideremo. Ma ricorderemo una per una le lacrime versate nella notte del 25 maggio 2005. Le lacrime versate ad ogni pallone raccolto nel sacco da Nelson Dida, tre volte in sei minuti. Gli improperi lanciati a Gerrard, a Smicer, a Xabi Alonso. Nessuna ragazza potrà mai spezzarti il cuore come il rigore sbagliato da Sheva nella notte di Istanbul. Niente potrà mai farti più male dopo aver perso una Champions League dopo essere stato avanti 3-0 all’intervallo.


Perlomeno per noi che il dolore lo misuriamo in una scala da 1 a 5 maggio 2002. Se abbiamo passato quella cazzo di notte, se siamo ancora vivi dopo il 5 maggio 2002, passeremo tutto.


Perchè, noi che viviamo il calcio così, magari abbiamo dimenticato cosa abbiamo mangiato a pranzo ieri. Ma non scorderemo mai, per nulla al mondo, ogni singola notte dell’estate 2006. Ricorderemo dove eravamo, ogni singola partita. Non se ne andranno mai, dalla mia testa. Italia-Ghana, vista da solo con papà sul divano di casa. Italia-USA, al matrimonio di mia cugina, con la sposa che aveva vietato categoricamente di vedere la partita e lo sposo che aveva fatto entrare di nascosto un vecchio tv in bianco e nero, piazzato in un angolino remoto della sala. Italia-Repubblica Ceca, vista in totale soltiudine, in camera, aspettando ancora che Pippo Inzaghi passi la palla a Simone Barone.


Italia-Australia, ancora in camera, per scaramanzia, non voler vedere nessuno, e l’abbraccio con il mio vicino di casa dopo il rigore di Totti. Italia-Ucraina e una festa a cui non volevo andare, perchè volevo rimanere ancora da solo, nella mia stanza, perchè aveva portato bene. E i caroselli con la faccia dipinta d’azzurro senza che me ne fossi accorto. E poi Italia-Germania, io appeso a un palo della luce, in lacrime al gol di Del Piero, perchè si, con Alex ci ero cresciuto e in quel gol vedevo anche io la catarsi e la redenzione dopo l’errore contro la Francia agli Europei. E il rigore di Grosso, quel rigore che non ho mai visto, ad occhi chiusi. Perchè l’ho voluto sentire, perchè poi mi sono ritrovato in un prato bagnato, steso, inzuppato di birra e coca cola.


Perchè forse, per noi che amiamo il pallone, queste sono le uniche emozioni che contano. Saremo sbagliati, saremo malati. Ma è così che gira il nostro mondo.



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