Un affare di paese: anche questo è calcio

Lontano anni luce dai clamori del calcio-business, il vero football si gioca ancora nei campi di seconda e terza categoria. Ma le emozioni sono le stesse, anzi sono più vere. E non sono a pagamento.                             (CONTINUA)

Questa è una storia di uomini. Di terra e di pallone. Chi l’ha detto che il calcio è solo un affare di stato? È pure un affare di paese. Un paese come Lodi Vecchio, con la squadra che milita in seconda categoria. Una di quelle categorie, la penultima della serie, che tengono in piedi il Calcio Barnum. Amigos y aficionados che si riuniscono ogni domenica a santificare il Dio pallone. Anche se non è della Nike, e rotola su campi spelacchiati della provincia deportiva. In questo caso quella lodigiana.

 

Gli orari sono come quelli di una volta, perché in queste categorie l’illuminazione è un optional, e se fa buio non si gioca più. Proprio come quando la mamma chiamava dalla finestra a decretare il termine di infinite partite nel cortile. Ora alle mamme si sono sostituite le mogli, che più o meno pazientemente assecondano passioni infantili, lamentandosi, di tanto in tanto, perché la domenica è meglio al centro commerciale. Non per noi. Acqua o sole, vento o neve, per noi il pallone non si ferma mai.

 

Come ogni benedetta domenica arriva per primo il Presidente Campagnoli, col suo mazzo di chiavi, ad aprire le porte del paradiso. Poi arriva Teresio che borbotta e s’incazza, ma risolve tutti i problemi. Senza le persone come Teresio, il circo del folber potrebbe tranquillamente chiudere baracca. Lui si accolla tutto: tesseramenti e taglia erba, fa il massaggiatore e segna il campo. Ogni squadra ha un suo Teresio. Ma a Lodi Vecchio c’è l’originale!

 

Poi arrivano Mister e giocatori. Per giocare in seconda, e categorie limitrofe, si richiede una qualità imprescindibile: la passione! Senza non si farebbero allenamenti dopo giornate di lavoro, il Mister potrebbe risparmiarsi di far arrivare le urla fino al paese vicino, e i portieri potrebbero evitare di buttarsi nel fango. Del Dio pallone. E invece sono li. Li nel mezzo. In quei campi di provincia. Tutti uguali, tutti con una storia diversa da raccontare.

 

Poi arrivano i tifosi. Mogli e figli. Wags de noantri insomma, che hanno sparecchiato la tavola in fretta e furia pur di tifare per il fenomeno di casa. E insieme a loro amici e parenti, più o meno esperti calcistici, armati anch’essi della passione ultras. Quella sana! Insomma, una pattuglia che riesce ad occupare, in partite di cartello, anche una trentina di posti in tribuna. Quando la tribuna c’è!

 

E poi arriva l’ultima partita del campionato. Quella decisiva. Prima i campionati finivano all’ultima giornata. Tutti. E se in serie A si rimaneva attaccati alle radioline, sul filo del rasoio, nel dubbio tra il riso il pianto, nelle serie minori si cominciava il giro di telefonate di amici e parenti per riuscire a scrivere la classifica finale, nella speranza di fare quello sperato gavettone al Mister. Prima era così. Oggi no. Anche in provincia sono arrivati play-off e play-out, spareggi e contorsionismi di classifica che comportano appendici al campionato.

 

Ma oggi è proprio l’ultima. La partita di ritorno dei play-out. Dentro o fuori, o peggio: sopra o sotto. Vincerli significherebbe rimanere in seconda categoria, perdendoli si scenderebbe sul fondo della Lega Dilettanti. Una stagione giocata sempre in salita ha portato l’A.S. Lodivecchio, nell’anno del suo quarantesimo compleanno, a giocarsi la salvezza con la Union Mulazzano. Il pareggio dell’andata permette di puntare su due risultati su tre, visto il miglior piazzamento nella stagione regolare, che di regolare però ha avuto ben poco. Dura e scorbutica, tra nevicate e infortuni, incroci di destini in uno spogliatoio non sempre idilliaco, andate e ritorni di calciatori.

L’arbitro arriva in ritardo. Anche loro ci sono. Le giacchette nere. Anche qui regolarmente insultate, perché le brutte abitudini permangono. Purtroppo. Il caldo è una belva che azzanna i polpacci dei ragazzi. Non quelli di Claudio Fontanella, che dopo 3 minuti fa partire un tiro da oltre 30 metri che taglia il sole e va risplendere all’incrocio dei pali. Il problema, per Claudio, è che non c’era Sky e nessun telecronista assatanato a decantare la sua prodezza, ma solo un pugno di amici che al più lo racconteranno ad altri amici, che a loro volta lo racconteranno ad amici degli amici, fino a far diventare questo eurogol, una leggenda metropolitana che tutti ricorderanno indistintamente.

Ma il caldo fa brutti scherzi. Anche a Dario, che stacca la spina del cervello e fa un’entrataccia a centrocampo, chiudendo la sua stagione con oltre un’ora d’anticipo e, cosa più grave, lasciando in dieci i compagni. La partita ora si fa veramente dura, ed il clima da afoso diventa asfissiante. Il Mulazzano ci crede. Ci prova. E alla fine del primo tempo, quando l’arbitro aveva già fatto il respiro profondo per buttare il fiato tre volte nel fischietto, una capocciata rimette in parità il risultato. Ma non la sorte. C’è ancora un tempo. Per vivere o morire. Calcisticamente s’intende. Oh yes!

 

L’intervallo sembra troppo corto per i giocatori stracchi, e troppo lungo per i tifosi in tensione. Nel secondo tempo si lotta. Su ogni pallone. Di gioco ben poco, di agonismo tanto. Tutti sentivano le urla di tutti. Il Mister che richiamava i giocatori, l’arbitro che li domava, i tifosi che li incitavano. La Union Mulazzano deve assolutamente segnare. Il Lodivecchio deve resistere, resistere e resistere! Ogni pallonata una storia, ogni azione un’emozione. E intanto negli occhi del Presidente e di Teresio, scorrevano palloni e giocatori, stagioni in bianco e nero, vissute sempre con le stesse emozioni.

 

 

Quando si trascorre la vita nel mondo del calcio si crede di aver visto quasi tutto, ma è quel “quasi” a fare la differenza. Oggi è uguale a tante emozioni, ma “quasi” diverso. Oggi si scrive un'altra pagina, di storia personale di ognuno. E della squadra. Il tempo sembra andare in maniera inversamente proporzionale ai battiti cardiaci. L’acido lattico entra in circolo fino alle orecchie. Si scongiura in ogni maniera. La lavagna luminosa del quarto uomo è degnamente sostituita dalla mano aperta dell’arbitro che indica 5 minuti di recupero. Altri 5 minuti. Gli ultimi. Ancora.

 

Intanto in mezzo al campo il Mister ha buttato Franc, il più giovane della compagnia, che direttamente dagli allievi provinciali fa il suo esordio in prima squadra. Nel momento più delicato della stagione. È lui che va a prendersi quell’ultima palla, e con la sfrontatezza di chi la storia la vuole scrivere, la porta a spasso per il campo con movenze di ronaldesca memoria che, viste in tv, tanto gli piacciono. Quale migliore conclusione? L’arbitro chiude la mano, impugna il fischietto, e come un dardo lancia nell’aere di Lodi Vecchio tre suoni che echeggiano come uno squillo di tromba.

 

È finita! Ora la storia continua. Chi piange e chi ride, chi abbraccia la fidanzata e chi salta sulle spalle del fratello, gavettoni e urla. Insomma, come il calcio vero, quello che si vede in televisione. A pagamento. Mentre qui le emozioni sono gratis. Vere! Stamattina un amico mi aveva detto di andare con lui a San Siro che aveva i biglietti gratis. Gli ho risposto no grazie, devo andare a Lodi Vecchio. Devo entrare nella storia. La nostra storia.

 

 

 

Fonte : Emiliano Fabbri di Storie di Calcio

 

 

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