Il modello sassarese

Il modello sassarese

Meglio il modello inglese o quello sassarese? Sono sicuro che dopo questo articolo non avrete più nessun dubbio.         Grazie ad Andrea Sini

(CONTINUA)

Ci hanno sempre fatto la testa a pallone sul modello inglese, ché là hanno inventato il calcio, ché là c’è il vero tifo, ché l’atmosfera di uno stadio inglese non la trovi da nessuna parte.

Sì, va bene, per carità, alle partite in Albione mi sono sempre divertito. Magari l’atmosfera non è più quella di un tempo, magari i biglietti costano quei 40-50 pound che un minimo di selezione la fanno, magari non ci sono più gli scalmanati di un tempo, magari lo stadio sta in silenzio per quasi tutta la partita e si sentono persino le voci dei giocatori. Ok, amo l’Inghilterra e i pub inglesi, però la loro birra è annacquata, eccessivamente sgasata e il calcio vero lo trovi solo nelle serie inferiori.

Ecco, l’ho detto.

 

Forse anche in Italia il calcio vero lo trovi nelle serie inferiori, di certo non in serie A.

 

Si parla anche di questo, tra un coro e l’altro, in una normale domenica di una normale quarta serie italiana. Funziona che per superstizione ogni volta c’è uno del nostro gruppetto che porta un distillato camuffato in una bottiglietta d’acqua. Funziona da quando eravamo in Eccellenza, quattro gatti in curva, noi sempre con il distillato, e non può essere un caso se in tre anni siamo tornati in serie C.

 

La squadra era forte ma pure noi abbiamo fatto il nostro, modestamente.

 

Dalla tasca interna esce anche una pila di bicchierini da distribuire al fischio d’inizio, che se fai un cicchetto nel primo quarto d’ora quasi certamente segniamo.

E segniamo anche stavolta, cazzo se segniamo. Gol al primo minuto. Funziona anche contro la prima in classifica, allora. Ci credo, dice il mio amico, è un rum distillato di roba di 25 anni fa, costa una cifra a bottiglia. A casa non lo apro che se no me lo ciuccio tutto, dice, lo porto allo stadio che almeno ce lo ciucciamo in compagnia.

 

La curva è strapiena, oggi, non è come la partita col Muravera di quattro anni fa, 90 minuti di pioggia, mezzo litro di filu ‘e ferru da spartire in quattro e gente che aveva perso la ragione per un rigore parato. Manco la finale di Coppa Campioni. E c’è gente che gira ancora con la foto nel telefonino della pagina di giornale con la sua faccia sfigurata su tre colonne, mentre esulta per il gol-partita dopo la pioggia e dopo un rigore parato e mezzo litro di filu ‘e ferru. Da dividere in quattro, certo. Se la tua squadra del cuore ha vinto, diceva quello. E se no è uguale.

 

Solo che stavolta la capolista ci sta facendo un culo così, quattro gol solo nel primo quarto d’ora del secondo tempo, cinque in tutto. Una disfatta.

E i vaffanculo si sprecano, e la mamma e gli antenati dell’allenatore sino alla quarta generazione, e i parenti prossimi dell’attaccante che non segna mai. Pure la cresta, ci ha, proprio l’anticalcio questo imbecille.

Cinque gol in casa, dice che non li prendevamo dal quarantotto e non è un modo di dire. Dal 1948 non perdevamo 5-2 in casa.

 

Tutta colpa del rum, che bisogno c’era di fare il figo e portare una roba di classe, distillato 25 anni o forse più? Che siamo gente semplice, noi, abbiamo assaggiato la Promozione e l’Eccellenza, e ne siamo usciti a testa alta grazie al filu’e ferru fatto in casa, non certo con i distillati da bar fighetto di via Roma. “Vi consiglierei un invecchiato di 25 anni o forse più”. Ma vaffanculo tu e l’invecchiato e portaci una roba potente, che ci risolva il problema di questa riforma della Lega Pro: ottavi dobbiamo arrivare, o siamo di nuovo da capo, in serie D.

 

Solo che oggi prendiamo cinque sberle e qui è tutto da rifare, con in più il problema di una squadra che sembra sulle gambe, che non lotta e non reagisce. E via insulti a più non posso, all’allenatore, all’attaccante con la cresta.

E quando l’arbitro fischia la fine vorresti ammazzarli con le tue mani, l’insulto non basta, vuoi proprio fargli uscire il sangue.

Però li vedi impauriti, con la testa bassa e lo sguardo sperduto, che si avvicinano quel tanto che basta per non dire che non sono venuti sotto la curva, che se no succede veramente un casino. Salutano, fanno cenno che “scusate, abbiamo giocato di merda, scusate”, e poi se ne tornano verso gli spogliatoi a testa bassa.

Ho capito, ma qua non è finito proprio niente: abbiamo penato per mesi, per anni, e non è che buttiamo tutto nel cesso adesso che mancano due partite.

Tornate qua, maledetti, venite qua sotto, che se vi avessi in mano vi ammazzerei ma vi voglio bene perché avete addosso la mia maglia e l’avete sudata. Perché la Torres siamo noi, i tifosi, quelli del rum invecchiato e del sangue amaro, ma anche voi che andate in campo, insomma, un qualche ruolo nel destino della squadra ce l’avete.

E adesso c’è tutta la curva che applaude, che vi chiama qua sotto e vi dice che non vi lascerà mai. Avete fatto cagare, non si discute, cinque perette e tutti a casa, ma venite sotto lo stesso, che vi dobbiamo trasmettere la nostra carica, dobbiamo farvi capire che non siamo come gli altri e non vogliamo esserlo. Mancano due partite e, insomma, vediamo di vincerle (ndr. sensazione di deja vu...). Anzi, vinciamole e basta, ve lo sto gridando, e ve lo stanno gridando anche i tifosi più composti, quelli che non fanno un coro manco a spaccargli la testa.

Cinque minuti di applausi a una squadra che ha preso cinque gol, roba da pelle d’oca. Roba da caricarti a palla per tutte le partite dell’anno, speriamo. Che se lo fanno in Inghilterra come minimo il giorno dopo la Gazzetta fa una pagina su quanto è figo il modello inglese, quanto ci tengono alla loro squadra. Bah.

Pure tu che hai la cresta, pure tu che oggi sembrava che togliessi la gamba, pure tu che più che un giocatore sembravi uno svarione e ti ho insultato con tutto il cuore per metà partita.

Forza ragazzo, ti voglio bene, credo in te e sono sicuro che mi tirerai fuori da questo incubo. Credo in tutti voi, bastardi, non arrendiamoci.

Cinque minuti di applausi dopo una batosta così, la pelle d’oca sulle braccia e non sto piangendo, giuro, è solo che mi è entrato un pistacchio in un occhio, no era busta di semenze, forse un bandierone con tutta l’asta. Non sto piangendo, è inutile che mi guardi così.

Maledizione a te e ai distillati invecchiati. Dai che la ammazziamo, questa bottiglia, e non portarla più che noi non siamo come gli altri, siamo di un’altra pasta. Esigenti ma a modo nostro.

Cinque minuti di applausi e stanotte non dormo, garantito.

 

E dunque come sarebbe, esattamente, questo modello inglese?

 

 

 

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