Non ci sono più i palloni di una volta...

Non ci sono più i palloni di una volta

Grazie a Sport Forever

(CONTINUA)

Quando l’infanzia era ancora gioco, quando non esistevano playstation e smartphone, c’era un super eroe che rimbalzava ”felice” fra di noi: il Super Santos che compravamo dal mitico Gilfredo.

 

Sono pochi, ma vedere domenica mattina nella piazzetta dei bambini/ragazzini tirare calci al mitico pallone colore arancio con esagoni neri, e’ stato come ritornare indietro con gli anni, quando ci divertivamo all’aperto dalla mattina alla sera senza essere scrutati dall’occhio ossessivamente vigile dei genitori e senza curarci affatto delle condizioni meteo e ci portavamo al cosiddetto Piano della Madonna, che era lo spazio antistante la Chiesa della Madonna delle Grazie, o nella ex piazza mercato dietro il Municipio (abbasc ‘e fuoss), oppure davanti alla casa di Domenico Cucunato, con tanto di vetri di finestre in frantumi e rimproveri assortiti di mamme e nonne inviperite.

 

Non servivano campi di calcio in erba curata all’inglese e nemmeno essere schierati in perfetta divisa da calciatore per tirare i classici quattro calci al pallone, bastava semplicemente qualche amico per fare le squadre. Una cosa, però, era assolutamente indispensabile: un bel pallone di gomma, non importa di quale colore, se ad esagoni o a tinta unita; bastava che rimbalzasse per terra e che si lasciasse calciare. Ed è proprio di quest’oggetto, il PALLONE, così sferico e semplice, così banale e fragile, ma che costituiva il punto di partenza dei nostri sogni di gloria, che voglio parlare oggi.

Super Santos

La nostra partita iniziava allorchè nella strada compariva quasi magicamente un pallone (preferibilmente il Super Santos, come detto…), perché si giocava sempre e comunque, e  la nostra sfida finiva solamente per due motivi: le mamme che ci richiamavano all’ordine perché era ora di tornare a casa ed allora riuscivamo quasi sempre a strappare ulteriori 15 minuti di tempi supplementari, oppure il pallone che finiva su un albero altissimo o sotto una macchina in corsa o sulle spine degli alberi nel giardino della casa di Domenico, ed allora nulla poteva consolarci; ci attendeva unicamente un ritorno anticipato a casa che più mesto non poteva essere, soprattutto per il proprietario del pallone stesso che perdeva sicuramente un amico fedele che per di più si lasciava prendere a calci. Bei tempi di una volta che non torneranno più…

 

 

I MIGLIORI (e i peggiori…) PALLONI DELLA NOSTRA INFANZIA

 

Per i più piccoli l’ideale era il Super-Tele che non era in realtà di gomma, ma di una plastica sottile, sottile; leggerissimo (troppo) e di consistenza impalpabile, bastava un tocco e volava via disegnando improbabili traiettorie; se c’era vento bisognava corrergli dietro sudando le classiche sette camicie e si faceva più fatica a rincorrere questa parvenza di pallone che l’avversario stesso perché il Super-Tele non ne voleva proprio sapere di farti intuire dove andava.

Super Tele

Era il terrore dei portieri in erba che, sebbene non avrebbero mai preso la classica pallonata in faccia che lasciava il segno, difficilmente avrebbero bloccato anche quel dannato pallone, che, se fortunosamente calciato in porta, avrebbe probabilmente varcato l’ipotetica linea bianca sbeffeggiando l’abbozzo di parata del portierino. Quelli meno piccoli rifiutavano, spesso e volentieri, di giocare con questo scherzo della natura che veniva proposto generalmente a fondo blu con esagoni neri oppure rosso sempre ad esagoni neri, oltre, ovviamente, alla canonica versione bianco-nero. La scritta Super-Tele era in bell’evidenza quasi ad ammonire, da lontano, i giocatori che quella non sarebbe stata una partita di calcio, ma una comica di Ridolini.

Il successo di questo pallone fu però incredibile, forse perché costava poco rispetto agli altri e risultava il regalo preferito delle mamme attente all’economia domestica; in fondo in fondo, anche se pazzerello, era sempre un pallone e si poteva, con le dovute riserve, prendere tranquillamente a calci.

 

Dove però il Super-Tele era imbattibile, e si vendicava di tutti gli insulti giornalieri di chi lo usava abitualmente, era sulle spiagge. Allora la sua leggerezza diventava essenziale per i palleggi ravvicinati a pallavolo, le ragazzine non si rovinavano le prime unghie leggermente acconciate, né rischiavano di farsi male e la gente, già molestata dal chiasso circostante, non poteva certo prendersela con un pallone leggero ed impalpabile come una piuma. Inoltre era uno dei primi palloni che segnavano davvero l’inizio degli anni ’70 dove il classico colore cuoio tinta unita veniva, finalmente, sostituito dagli esagoni neri, come ai mondiali del Messico ed in fondo bastava questa credenziale per definirlo un pallone moderno.

San Siro

Quando le esigenze richiedevano un pallone più qualificato, perché non si poteva rischiare di perdere una partita per le bizze di quella cosa che viene tutto sommato presa a calci, ecco che il mercato ci veniva in soccorso con uno splendido pallone; ad esagoni ben marcati, distintamente bianco neri, invece della penosa plastica del Super Tele, il San Siro era forgiato di gomma dura, aveva dimensioni regolamentari ed un peso considerevole; finalmente i più dotati potevano sbizzarrirsi in lanci calibrati e tiri d’effetto realmente voluti, i portieri non erano mortificati dalle bizze di un pallone sbarazzino o da un refolo di vento, ma semmai dalla bravura degli attaccanti e se un portiere era anche dotato, e non solo fortunato come nel caso del precedente pallone, poteva vantarsi di avere salvato il risultato e veniva festeggiato come l’eroe della partita. Se disgraziatamente il San Siro si fosse bucato, evento assai improbabile, si riduceva di dimensioni, ma rimaneva comunque “giocabile” e ci permetteva di continuare. Davvero un fedele compagno.

Ma per noi che giocavamo nel cortile sotto casa o in mezzo alla strada  il pallone ideale era il Super Santos, che era di un brillante colore arancio con esagoni neri, e che tuttavia, malgrado ricordasse maggiormente una partita da basket che una di calcio, la qual cosa  apparentemente mal si sposava con la fantasia di noi ‘malati’ di football, ebbe un successo strepitoso perchè era del peso giusto e consentiva di giocare tranquillamente senza dover fare i conti con i colpi di vento, ed è stato sicuramente quello maggiormente usato e ‘bucato’ allo stesso tempo, oltre ad essere immancabile (anche tuttora…) nella tradizionale escursione di Pasquetta.

Yashin

Una strana versione del Super Santos era lo Yashin, in omaggio al famoso portiere della nazionale russa, che differiva dal precedente perché l’arancione era sostituito dal meno appariscente marrone ed inoltre era di una pesantezza inaudita; forse il nome costituiva una garanzia per i portieri perché per calciare quel pallone ci voleva una tale forza che sovente la sfera giungeva lemme lemme tra le braccia dell’estremo difensore che, a meno di un’improbabile distrazione o perché realmente impedito, riusciva sempre a farla sua. Quando però qualcuno riusciva a colpire questo maledetto pallone nella maniera giusta, allora immancabilmente piazzava la classica cannonata, quella che sarebbe probabilmente finita in rete piuttosto che ammaccare la portiera di una macchina posteggiata incautamente nelle vicinanze o che avrebbe fatto piangere e contorcere dal dolore il malcapitato portierino che aveva indovinato la traiettoria giusta. Molto meglio il Super Santos, credetemi.

Simile ancora al Super Santos, da cui riprendeva il disegno, era un pallone denominato Dinamo, solo che, invece d’essere arancione, era bianco; non è che cambiasse molto in consistenza, ma era un piacevole diversivo.

 

Un’altra sfera accettata di buon grado era il Derby che venne distribuito qualche anno dopo lo Yashin. Di colore giallo e con le canalette che formavano le figure geometriche di colore nero, era bellissimo a vedersi, relativamente pesante, ma estremamente ben bilanciato quindi si poteva giocare con poca fatica.

Tango

In coincidenza con i mondiali del 1978 in Argentina il pallone ad esagoni bianco neri fu mandato in pensione per far posto al rinnovamento voluto dall’Adidas: irrompeva il Tango. Il nome era appunto un omaggio all’Argentina ed in ossequio a questa nuova disposizione anche i distributori di palloni e, di conseguenza, i bambini si adeguarono. Con il passare degli anni il peso si era ormai standardizzato e si era giunti al compromesso di una discreta pesantezza supportata da una docilità al tocco davvero impensabile per i primi anni settanta.

 

Il Tango aveva sì gli esagoni, ma abilmente formati da piccoli triangoli convessi che messi in posizione a stella delimitavano la figura geometrica principale. Un bel vedere in ogni caso ed una ventata di novità unita sapientemente ad un’operazione di marketing finemente studiata. I vecchi palloni a “scacchi” venivano relegati in cantine e soffitte perché ormai giocare con il Tango era diventata una vera e propria moda. Esistevano altre versioni (oltre quella descritta in precedenza, sicuramente la migliore) più economiche che però riconducevano, in certi casi, alle problematiche del Super-Tele poiché, per risparmiare, il materiale usato era scadente e leggero.

Però a noi tutto questo ormai non importava più di tanto in quanto gli anni ottanta si stavano avvicinando a grandi passi e noi, ormai cresciuti,  giocavamo sempre di meno davanti alla casa di Domenico. Ma, nonostante tutto, il Super Santos non ha mai smesso di rotolare.

 

 

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