Calcio, alla ricerca del tempo perduto

Il calcio italiano ha perso ogni slancio vitale, esattamente come la politica della quale da molti è considerato una metafora. (continua)

 

Il sistema non è proiettato verso il futuro, come dovrebbe avvenire in una società evoluta, bensì appiattito sulla sterile gestione di un presente paludoso e senza sbocchi. Non ci sono nè una stella polare da seguire nè orizzonti salvifici verso cui indirizzare lo sguardo. Si cerca, meschinamente, di preservare lo status quo per tutelare gli interessi di pochi a scapito di quelli dei molti.

 

Eppure sono i sogni la materia prima di uno sport che, a livello aziendale, altro non è che la monetizzazione di un sentimento. Nessuno sembra più in grado di saperli maneggiare, tanto meno venderli. A tutti i livelli federali si respira l’arido minimalismo di quanti puntano a conservare la poltrona. La parola d’ordine è non mettersi mai in gioco, per salvaguardarsi dal rischio di perderla. Anche a livello di club si assiste, in molti casi, al succedersi di presidenze e dirigenze opache.

 

Nessuno sembra in grado di trainare e incanalare la passione che, nonostante tutto, ancora sopravvive nelle falangi di tifosi sempre disponibili a rischiare sulla propria pelle.  Il fatto è che il calcio italiano è governato da dirigenti anagraficamente e biologicamente vecchi. Gente superata, che neppure si pone il problema di rigenerarsi per rinnovare il prodotto che straccamente gestisce. Inabile ad affrontare il percorso necessario per frantumare schemi ingessati e dare vita alla palingenesi che, sola, può far implodere i vecchi modelli di riferimento.

 

I giovani si sono defilati. Evaporati da stadi sempre più vuoti, nei quali l’età media degli spettatori non fa che crescere. Tanto è vecchio il manico quanto lo sta diventando il pubblico. Per tornare ad attrarre i giovani, con l’appoggio dei quali si dovrebbe costruire il futuro, occorre uno scatto di fantasia che nessuno pare in grado oggi di produrre.

 

L’assenza cronica di iniziative e la gestione strascicata di questo derelitto presente stanno finendo per portare il football nostrano a un progressivo inaridimento, tra uno spezzatino e l’altro più o meno indigesto. Il disincanto si espande a macchia d’olio. Si potrebbero seppellire, in tal modo, anche gli ultimi ardori. Non è questo il calcio che vorremmo, ormai prigioniero di  orrori su orrori.

 

“Beato il popolo che non ha bisogno di eroi”, diceva Bertolt Brecht. Così non sembra essere per il pianeta calcio italiano che di salvatori ha sempre avuto, invece, una quasi assoluta necessità. Un sistema popolato da  club ben amministrati, inseriti in un contesto normativamente ben regolato, non avrebbe più bisogno per risolvere i suoi problemi di affidarsi al solito cavaliere bianco. Quello che ogni tifoseria si aspetta di vedersi paracadutare, da chissà dove e chissà perchè, quando arrivano i tempi cupi che prima o poi toccano a tutti. Ma che spesso si rivela, alla resa dei conti, nient’altro che l’ennesimo mistificatore.

 

 

Grazie a Sergio Mutolo di Calciopress.net

 

CONDIVIDI >>>

Print Friendly and PDF

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...