Povertà, passione e vittorie : essere il Boca Juniors

Grazie a Matteo Bruni di Contropiede.net

 

Oggi vi racconterò una storia. Non una delle solite storie che, con un pizzico di nostalgia romanzata, guardano soltanto ai fasti del passato, ma una storia capace di rinnovarsi sempre, trionfo dopo trionfo, coppa dopo coppa, giorno dopo giorno. É la storia del Club Atletico Boca Juniors. Il Boca, come è universalmente conosciuto, nacque nella primavera del 1905, in uno dei quartieri più poveri di Buenos Aires, la Boca appunto, abitato prevalentemente da immigrati xeneizes, genovesi. La Boca era un posto malfamato, carico di persone venute dal nulla, sperando in un roseo futuro, con tutte le speranze che ti può dare l’ignoto, ed erano arrivate qui, nella periferia sud est di Buenos Aires, nel fango, dove il Riachuelo ha la sua foce (Boca appunto) nel Rio de la Plata. Per uno scherzo del destino quei giramondo genovesi trovarono lo stesso niente da cui erano fuggiti sperando nel tutto. Calcio e lavoro, lavoro e calcio, bastimenti, polvere, polvere, bastimenti e fango scandivano le vite degli abitanti della Boca a cavallo tra il XIX e il XX secolo.

 

Fu il giorno 3 Aprile 1905, dall’idea di un gruppo di ragazzetti di origine xeneize, che nacque quella che sarà la squadra più vincente di tutto il Sud America. Quando si racconta di una cosa, non si può non fare un accenno anche al suo contrario, in nome del sacro dualismo che regge la storia. Accadde infatti che quattro anni prima, nello stesso quartiere di Baires, strano a dirsi, nasceva l’antitesi del Boca, tanto antitesi quanto la ricchezza e la povertà, il bianco e il nero, il popolo e la borghesia, la Bombonera e il Monumental, il Boca e il River Plate appunto. La storia narra che anche l’altra metà di Buenos Aires, o come amano dire i tifosi del Boca, la metà meno uno, nacque in quel povero spicchio della capitale da ragazzi anch’essi genovesi, che poi decisero di trasferirsi prima nel quartiere italiano e poi definitivamente nella metà nord della città, nel Nuñez, ricco quartiere borghese, convinti che il calcio fosse uno sport per ricchi, e solo coi soldi si potesse vivere di calcio.

 

L’antitesi nacque proprio lì.

Da una parte il ricco e maestoso River Plate, forte del suo record di titolo nazionali, simbolo di una ricchezza statica, che ama la supremazia in patria, una borghesia che guarda annoiata le partite tra un thé e un salotto nobile.

Dall’altra parte il povero Boca Juniors, con le cicatrici del barrio portuale, forte dei suoi diciotto titoli internazionali, simbolo di una società randagia, che si muove, scappa anche, per cercare fortuna ovunque e per non farsi trovare impreparata di fronte agli artigli della povertà.

 

Ancora più incredibile è forse la storia dei colori che quei ragazzi scelsero per la loro nuova squadra. Si trovavano al porto quel pomeriggio, raccontano i libri che era circa metà autunno. Che colori diamo al Boca? Questa domanda li assillava da tempo. Presero una decisione, il vessillo della prima barca che sarebbe passata di lì per entrare nel porto darà i colori alla loro creatura. Ed eccolo là, sulla Sophia, sventolare allegro il vessillo svedese, croce gialla su sfondo blu. Quelli sarebbero stati i colori del Boca, giallo su sfondo blu, e quelli son rimasti fino al giorno d’oggi. Bene, da quel 3 Aprile 1905 partì la storia di quello che, per quelli come me che pensano il calcio ancora come una cosa romantica, fatta di una palla, undici leoni e un popolo che li sostiene, forse è il più bel Club calcistico del mondo.

 

Non ho nessuna intenzione di raccontarvi una storia attraverso numeri, voglio raccontarvi una storia di popolo, voglio raccontarvi cos’è il Boca, non cos’ha fatto il Boca. Il Boca per i suoi tifosi è un’istituzione, gli xeneizes vivono per davvero la vita novanta minuti a settimana. Dal lunedì al sabato si sgobba al porto o in fabbrica, poi finalmente arriva la domenica, arriva il Boca, si va alla Bombonera. Noi italiani, abituati come siamo al nostro tifo, non riusciamo neanche a immaginarci cosa sia il tifo in Argentina, cosa voglia dire tifare per il Boca. Provate a immaginarvi questa situazione: domenica, la vostra squadra del cuore gioca in casa, problema: avete un appuntamento irrinunciabile. Qualsiasi italiano dotato di senno rinuncerebbe per una volta alla partita. Uno xeneize mai. Nemmeno per sogno rinuncerebbe ad entrare nella Bombonera la domenica, o in un qualsiasi altro stadio di una qualsiasi barrio sperduto per tifare il Boca. Il Boca non é una fede. Il Boca é una ragione di vita. È scritto nel suo DNA. Quegli immigrati genovesi a cavallo tra il XIX e il XX secolo non avevano nulla per cui vivere, se non il calcio. Il calcio era la vita. Lo stadio lo sfogo. La partita era l’Appuntamento della settimana. E così è rimasto.

 

Tanti giocatori passati dal Boca hanno raccontato cosa voglia dire esordire nella Bombonera. Cinquantamila persone urlanti che ti eleggono a loro Dio. Una fiumana di persone per cui tu, ragazzetto di belle speranze, oppure uomo già navigato, sei o potrai essere il mezzo con cui loro si compiranno. Una vittoria del Boca per un suo tifoso é questo, é compiersi, non é solo una festa di una notte come per noi europei.

 

Ogni trofeo del Boca viene cucito nel cuore di ogni singolo tifoso, fino a comporre quel delizioso puzzle che è il Boca stesso.

 

La cosa interessante è che questa storia non è la classica storia di povertà, che andrà prima o poi a concludersi nel fango da cui è partita. No, mi spiace. La storia del Boca continua, la storia del Boca è la storia di una fenice che risorge dalle sue ceneri ogni santissima volta. Il Boca é la squadra più grande e più conosciuta di tutto il Sud America. Ogni appassionato di calcio sa chi è il Boca. Ogni vero tifoso si ricorda di quella notte a Yokohama nel 2003, dove undici indemoniati argentini e il loro vate Carlos Bianchi, assaltarono e sconfissero quell’immensa forza distruttrice del Milan. Ognuno conosce la forza e la passione che ruotano attorno a questi zingari del calcio, che per loro natura non hanno amici, non hanno alleanze, non hanno gemellaggi. «Nunca hicimos amistades y ni vamos a hacerlas, amistades hacen los putos que no paran de correr» recita un coro della hinchada xeneize, la tifoseria più calda della Bombonera.

La storia della squadra più forte del Sud America non poteva non incrociare le sue strade con la storia dei personaggi più rappresentativi del calcio sudamericano. Uno su tutti, El Pibe de Oro. Diego Armando Maradona, per gli amici palmierino. A dir la verità, la sua storia gialloblu durò una sola stagione, a causa dei problemi finanziari che ciclicamente si ripresentano nella storia del Boca. Maradona giocò solo un anno con la maglia del Boca, poi, con in tasca un campionato vinto, se ne andò a conquistare il vecchio continente: fu il Barcellona a versare un bel po’ di miliardi nelle casse dell’Argentinos Juniors, formalmente i veri proprietari di Maradona. Già, perchè il Boca non aveva avuto le possibilità economiche neanche per acquistare quel ragazzo promettente, già fortissimo, ma pur sempre un ragazzo. Soli contro tutti insomma. Un grande cuore gialloblu, un amore infinito per quella casacca storica, contro i soldi della parte nord di Baires, contro i soldi del River milionario.

 

Facendo un balzo di qualche anno, se pensi Boca, pensi Martin Palermo. Semisconosciuto per il calcio europeo, semidio per il Boca. Palermo ha vestito in due periodi la maglia del Boca. C’è una legge non scritta infatti che governa il calcio argentino, e in particolar modo il Boca Juniors. Se entri nel cuore dei tifosi del Boca, prima o poi devi tornare, anche vecchio, stanco e a fine carriera, ma devi tornare, non ci sono storie. E Palermo non è tornato neanche tanto vecchio, a dire il vero abbastanza giovane per concludere quello che aveva iniziato, cioè diventare il top scorer della storia gialloblu. Mica bruscolini.

Un altro nome legato a triplo filo al Boca è il nome di quel dannato geniaccio di Juan Roman Riquelme. Mai capace di diventare un leader in campo, tranne che nell’anno di grazia 2005/2006 al Submarino Amarillo, il Boca è stato, è e sempre sarà la sua dimensione. Perché alla Boca il mondo va al contrario: sin da bambini si impara il detto nemo propheta in patria, ma alla Boca è l’opposto, e nel suo cuore pulsante, ovvero la Bombonera, questo contrario si sublima, i veri Bocensi trionfano lì, e non contenti tornano per trionfare sempre di più. Un ultimo affondo lo farei volentieri sullo zingaro della panchina, sul vate giramondo, su quel Carlos Bianchi che è diventato storia sulla panchina del Boca, grazie ai trionfi in campionato e soprattutto in Coppa Libertadores, la vera casa del Boca, il suo terreno di conquista. É entrata nella storia la sua foto con in mano la Coppa Intercontinentale vinta nel 2000. Questo nonnetto, come potrebbe essere il mio o il vostro nonno, alza al cielo la coppa, guardandola con gli occhi di un bambino, felice come se stesse guardando sua figlia. Questo è Carlos Bianchi, l’allenatore più vincente nella storia xeneize.

Se chiedi a un tifoso del Boca come si immagina il Paradiso, ti risponderà con ciò che per lui è veramente divino: entrare alla Bombonera con la maglia gialloblu addosso, alzare lo sguardo verso la hinchada con i coriandoli che cadono leggeri sul terreno di gioco, prendere un bel respiro e segnare un gol. Anche io, seppur molto lontano, il Paradiso me lo immagino un po’ così.

 

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