Quattro anni di Tessera del tifoso. Chi l’ha sottoscritta e qual è il bilancio a oggi

Ieri il nemico numero 1 degli ultras era il calcio moderno, poi è arrivata la serie B al sabato. Adesso invece si punta diritti, imperterriti, in maniera sfrontata e senza timore, contro la tessera del tifoso. Hanno minacciato rappresaglia, hanno giurato vendetta, hanno promesso che mai e poi mai si sarebbero piegati.

 

Inizialmente a nessuno piaceva perché il calcio è passione, fede e amore, la tessera invece è uno strumento di fidelizzazione, rilasciato da banche e questura, istituzioni e/o istituti che nulla hanno a che spartire con lo sport più popolare del bel paese. Per altri era semplicemente uno strumento oppressivo, che limitava la libertà individuale.

 

E a ciò va aggiunto il famigerato articolo 9 che prevede che “sono temporaneamente escluse dal programma quelle persone condannate per reati da stadio anche con sentenza non definitiva, fino al completamento dei cinque anni successivi alla condanna medesima; la tessera del tifoso non può essere, altresì, temporaneamente rilasciata a coloro che sono attualmente sottoposti a DASPO, per tutta la durata del provvedimento stesso.” Tradotto, significa che i diffidati dopo aver scontato la pena dovranno attendere qualche anno in più prima di tornare in trasferta.

 

Ma qual è, a oggi, lo stato delle cose?

 

Certi gruppi hanno sottoscritto la tessera da subito, come i nocerini, la curva dell’Hellas Verona e parte del movimento ultras bresciano. Qualcuno, come Bologna e Roma, ha invece scelto di aggirare la normativa, sottoscrivendo le cosiddette “away card”, che formalmente non sono tessere del tifoso, ma che moltissimo gli assomigliano. Altri, dopo una resistenza iniziale, hanno infine ceduto. Tra questi le curve di Padova e Modena.  

 

Restano, tuttora, baluardi di resistenza, che continuano a “combattere” contro la riforma. Nemmeno pochi a dire il vero. Tra i più noti, in questo filone, ci sono Bergamo, Sampdoria e Napoli.

 

Nel frattempo, la battaglia contro la tessera è riuscita nell’ardua impresa di unire tifoserie storicamente rivali, e rompere rapporti di amicizie decennali. In nome del “no alla tessera” si è arrivati a rispettare il vecchio “nemico”, che magari in questa occasione ha mostrato “mentalità”, e magari a odiare il proprio concittadino tifoso, che oltre ad essere “occasionale” è anche fidelizzato e tesserato.

 

Sui risultati raggiunti dalla riforma non esistono dati univoci.

 

Il presunto calo degli incidenti non è così evidente. I dati del Viminale relativi alla prima parte della stagione 2011/2012 rivelavano un aumento del 12 per cento delle partite con feriti rispetto allo stesso periodo di quella precedente, con un aumento del 400 per cento in serie B e un decremento in serie A e in lega Pro, rispettivamente del 15,38 e del 44,4 per cento.

 

L’unico elemento di certezza è che gli stadi italiani (non certo solo per colpa della tessera) continuano a svuotarsi, di domenica in domenica. Da una media di 25.267 spettatori a partita nella stagione 2008/09 – l’ultima precedente alla riforma Maroni – ai 19.459 delle prime giornate di quella in corso (dati TransferMarkt.it).

 

Forse le gradinate sono state ripulite dai pericolosi ultras, ma della annunciata, colorata invasione di famiglie e cittadini rispettabili non vi è traccia. Insomma, anche il famoso modello inglese, per il quale la riforma Maroni doveva di fatto preparare il terreno, sembra al momento lontanissimo. 

 

Infine, ci sono episodi paradossali, come quello accaduto qualche domenica fa a Salerno con gli ultras della Nocerina, tesserati in stragrande maggioranza eppure esclusi dalla trasferta. In questi casi, basta chiamare in causa “supreme ragioni di ordine pubblico” e il gioco è fatto.

 

Che a fronte di tutto questo si possa parlare di successo appare quantomeno azzardato.

 

 

 

Fonte : Michele D’Urso per mondocalcio.wordpress.com

 

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