L’ultimo baluardo: la strenua resistenza dei baschi al calcio moderno

Provate ad immaginare un calcio dove i soldi non sono tutto. Dove i giovani vengono valorizzati,  dove ci sono investimenti mirati , dove gli osservatori ancora girano in lungo e in largo per il paese alla ricerca di possibili campioni. Dove l’attaccamento alla maglia e la voglia di emergere sono ancora valori dominanti.

 

Tutto questo non è un sogno, è realtà. Una realtà chiamata Athletic Bilbao, società tra le più antiche ed importanti della Liga spagnola.  Il calcio è ormai diventato uno sport all’insegna del business e dei grandi sponsor, ma soprattutto dei soldi. A palate. Chi più ne ha più ne metta: quaranta milioni per Robinho da una parte, quarantadue milioni per Pastore dall’altra, passando per Cristiano Ronaldo e Kakà, fino ad arrivare al Malaga. Risultato? I giovani non hanno più nessun valore. Ma c’è chi dice basta, continuando a perseguire la sua politica, costellata da giovani promesse e finalizzata al raggiungimento di traguardi importanti. Si parla dei i ragazzi del Bilbao. Rigorosamente Baschi.

 

Secondo il giudizio di Simone Bertelegni, autore del libro ‘L’utopia calcistica dell’Athletic Bilbao’, la società basca rappresenta ‘l’ultimo baluardo’ al calcio moderno.  Ed è così. La squadra è composta solamente da giocatori baschi, piccola regione della spagna, situata a cavallo dei Pirenei.  Nel dialetto basco questa regione è chiamata ‘Heuskal Erria’ (letteralemente ‘popolo che parla la lingua basca’) e suoi abitanti lottano da anni per l’indipendenza dalla corona spagnola. Ma questa è un’altra storia, torniamo al nostro Athletic. Fin dal 1898, anno della sua fondazione, la dirigenza basca ha sempre preferito puntare sul proprio vivaio e sui ‘frutti della loro terra’ pur di investire su qualche campione straniero. Di sicuro entrano in scena motivi politici, volendo dimostrare a tutti la superiorità del popolo basco. Ma accanto ad essi c’è anche l’intenzione di dimostrare ai vari Al Mubarak che si può vincere anche spendendo poco. Certo, il gap con Real Madrid e Barcellona resta incolmabile, ma ciò non ha impedito ai ‘leoni biancorossi’ di togliersi qualche soddisfazione.  L’apice è stato raggiunto all’inizio degli anni ‘80: due campionati di Spagna, una Coppa del Re e una Supercoppa. Non male per una società che fino a qualche tempo fa non aveva neanche uno sponsor sulla maglia. L’anno scorso altro miracolo: sono arrivate due finali, quella di Europa League contro l’Atletico Madrid (dopo aver eliminato i ‘Red Devils’ di Sir Alex ed il PSG) e quella contro il Barcellona in Coppa del Re, perse entrambe. Ma i baschi, a differenza di quegli spendaccioni del Manchester City, ci sono arrivati.

 

La storia del Bilbao deve fungere da monito. Da esempio per tutte quelle società che preferiscono spendere piuttosto che investire. Un esempio da seguire, non lasciandosi ingannare dai soldi degli sceicchi che stanno rovinando il calcio. Negli ultimi anni infatti i grandi petrolieri del Qatar e degli Emirati Arabi Uniti hanno capito che vale la pena investire in Occidente e stanno accumulando grandi capitali. E quale business migliore del calcio? Basti pensare che nel 2022 i mondiali di calcio si terranno proprio in Qatar. Un’occasione in più per dimostrare a tutti quanti che ormai solo chi spende ed accumula fortune è destinato a vincere. Ma si sbagliano di grosso. I soldi non sono tutto. Esistono anche dei valori, quali la fatica, l’impegno, l’attaccamento alla maglia e la volontà di costruire una squadra partendo dal basso. Valori che il denaro non può comprare. Valori che l’Athletic Bilbao porta avanti dal 1898.

 

 

Fonte : Francesco Pietrella da L'intellettuale dissidente

 

 

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