A Portogruaro non perdono i Trust ma il sistema calcio

Il Portogruaro non ce l’ha fatta. Sparito, cancellato. Nonostante il disperato tentativo del neonato Supporters Trust “Io Portogruaro”, i tifosi e la comunità cittadina non sono riusciti a salvare il club granata. Colpa di una banca che non voluto accettare che il trust posse garantire per la fidejussione. Gli scettici sulla sostenibilità di un nuovo modello di gestione dei club calcistici basato sulla partecipazione attiva dei tifosi e dell’intera comunità potrebbero trovare in questa triste vicenda validi argomenti a sostegno della loro tesi. Potrebbero, a non voler guardare oltre le apparenze. Quello di Io Portogruaro non è il fallimento di un modello, quello dei Trust, sempre più diffuso e vincente, ma di una cultura e di un sistema.

Di una cultura popolare del tifo, ma sarebbe forse meglio definirla in-cultura, imperante nel nostro paese, che ha poco o nulla di sportivo e di partecipativo ed è legata solo alla pretesa di vittorie, alla domanda esasperata di risultati oltre ogni sostenibilità economica.

 

Di un sistema che, se da un lato vive di irregolarità e di frodi, un vero e proprio doping amministrativo, essendo incapace di fissare regole rigorose per contrastarlo, dall’altro non sostiene con coraggio le alternative possibili. Quasi a voler dare ragione a chi sostiene che questo, il calcio dei tycoon e dei maneggioni, degli Abramovich e dei Poletti, e di tutto quello che ci sta nel mezzo, sia l’unico dei mondi possibili.

 

Molto invece si potrebbe, e si dovrebbe fare.

 

Non si tratta solo di riduzioni dei costi e di fair play finanziario, bisogna andare oltre, è necessario innanzitutto studiare misure che premino le società sportive che coinvolgono effettivamente e in maniera strutturata organizzazioni democratiche e rappresentative dei supporters. Ma non solo, nel caso di Club in difficoltà occorre favorire quelle associazioni di tifosi che intendano subentrare a proprietà fallimentari, dando loro la possibilità di recuperare facilmente il titolo sportivo (a condizione che poi non possa più essere “acquisibile” da un nuovo proprietario) scaricando i debiti realizzati su chi li ha effettivamente contratti, ma anche una via facilitata per il deposito della fidejussione di garanzia, un costo di iscrizione dilazionabile.

 

E poi ci siamo noi, i tifosi, capaci di mobilitarci solo quando la situazione è disperata, quando ormai è tardi per cercare miracoli impossibili, disposti a seguire strade nuove solo quando le vecchie ci hanno portato contro quel muro che facevamo finta di non vedere. Incapaci di immaginare, di sognare, di desiderare un altro calcio. Il cambiamento deve partire da noi.

 

Forse a Portogruaro non ce l’avrebbero fatta ugualmente, questo non lo sappiamo. Forse a Portogruaro qualche errore in buona fede lo hanno fatto, se non altro avrebbero potuto chiedere qualche consiglio a chi, a livello nazionale, sta lavorando da anni allo sviluppo di percorsi di partecipazione con ottimi risultati. Forse…

 

Quello che è certo è che servono regole diverse, a tutela dei tifosi e delle comunità interessate. Per cominciare ad immaginare e a costruire un altro calcio. Non possiamo più aspettare, il calcio italiano non può più aspettare.

 
 
Fonte : Venezia United
 
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