Quando lo stadio diventa sinonimo di identità

Lo stadio è una casa. E se questa casa (leggasi Stadio Filadelfia) è quella nella quale generazioni di tifosi hanno vissuto e condiviso ricordi bellissimi, in cui si è cresciuti e risalgono a quel luogo il primo avvicinamento alla squadra del cuore, magari vissuto quando si era alti un soldo di cacio in mano ad un genitore o un nonno, quelle mura sono un qualcosa di cui non si riesce a fare a meno, assumono un valore che va al di là di qualcosa che puoi comprare con il denaro.

La storia del Toro è enorme, vanta una letteratura immensa, ma non sono stati solo i tifosi granata ad aver avuto una storia difficile in materia di stadi e che hanno dovuto lottare contro il proprietario e contro la massa di squali che ruotano attorno al calcio, per poter riavere una sede per la propria squadra.

 

Una storia particolare è quella dell’ AFC Wimbledon , squadra che attualmente milita nella quarta serie inglese, nata dopo la vendita del vecchio stadio del Wimbledon FC ad una catena di supermercati e del club ad un nuovo proprietario senza scrupoli, che ha spostato squadra e titolo sportivo in una città a 100 km di distanza da Londra, con lo scopo di donare alla propria città (Milton Keynes) una nobiltà che non era mai riuscita ad ottenere. L’AFC, il cui acronimo significa “A Football Club” ovvero “un club di calcio”, è stata rifondata dai tifosi (che hanno fondato un trust – una sorta di cooperativa all’inglese) che spinti da un impegno costante pieno di volontariato e di tifo hanno portato il nuovo club in una straordinaria avventura (dal 2002 al 2011) dall’ultimo gradino del calcio inglese fino al quarto in soli nove anni, vincendo ben sei campionati.

 

Altro esempio è quello dello FC United of Manchester, un club nato dall’idea di un gruppo di tifosi che non hanno accettato che il proprio club, il Manchester United, venisse comprato e gestito come un gigantesco affare dal magnate americano Glazer. Dopo aver fondato il nuovo club (anche questo gestito come un trust) e messa insieme una nuova squadra con solo le loro forze economiche, essendo privi di un campo la squadra gioca le partite casalinghe nello stadio di un’altra squadra (Bury FC, che ospita però altri sport e altre squadre) e in altri sei campi, quando il calendario non permette sovrapposizioni.

 

La grande impresa del nuovo club è stata quella di gestire autonomamente la raccolta di fondi e il progetto per la costruzione del Moston_Community_Stadium  (molto bello nei progetti), stadio che verrà presumibilmente ultimato nel 2013-14 per una capienza di 5,000 posti ed un costo di circa 5,5 milioni di €, per più di un terzo generato dai contributi dei tifosi, un terzo promesso dalla municipalità e il resto da altre istituzioni locali e sportive. Un’impresa del genere è stata possibile solo grazie alle capacità di gestione permesse da un trust, un tipo di organizzazione in cui democraticità, trasparenza e assenza di scopo di lucro sono un gigantesco motore che unisce le forze di tutti i tifosi, portandoli ad avere una unica forte rappresentanza nei confronti delle istituzioni sportive ed amministrative.

 

Quello che la storia del nuovo stadio dell’UofMan si spera non abbia in comune con la ricostruzione del Fila è il dietro front fatto dalla municipalità di Manchester all’ultimo momento, quando ormai i tifosi avevano quasi raccolto i 1,5 M€ che si erano proposti come target. Il luogo sacro scelto dai tifosi dell’UoMan era Ten Acres Lane, luogo in cui il Manchester United iniziò la propria storia e dove i tifosi avrebbero voluto veder rinascere la propria squadra, ma il consiglio comunale, a sottoscrizione quasi completata, si è accorta di non poter mantenere l’impegno della donazione del terreno e contemporaneamente del versamento di denaro promesso, impegnandosi però nello spostamento del luogo di costruzione in una zona più periferica e più economica. Da notare che nel frattempo una dura lotta a colpi di referendum aveva opposto i tifosi a parte dei cittadini di Ten Acres Lane che non volevano la nascita dello stadio, nonostante questo promettesse di diventare uno stupendo luogo di valori sportivi e di nuove possibilità per la zona.

 

Insomma, la storia insegna. Quando la partita diventa dura, essere uniti è fondamentale per combattere contro i mercanti di voti e gli squali. Farlo con gli strumenti migliori a disposizione (la trasparenza e la democraticità) sarebbe un obbligo.

 

 

fonte : 

http://www.forzatoro.net/Portale/quando-lo-stadio-diventa-sinonimo-di-identita/

 

 

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